Dediche

“Ad Annamaria, compagna delle mie migliori risate”
E’ questa la dedica che P. ha scritto su un libro dal titolo inquietante.
Ultimamente non ho molto tempo per leggere, ma la mia inclinazione per la tragedia e la curiosità di leggere un suo scritto mi ha spinto a sfogliare almeno l’introduzione che di solito non leggo mai.
L’introduzione consiste nella contestualizzazione dell’opera letteraria, nella sua critica e nell’accenno al racconto finalizzato all’analisi.
Confesso: non ho afferrato tutto quello che ho letto. Alcuni riferimenti, alcune critiche sottili, alcune citazioni mi sfuggono proprio.
E confesso un’altra cosa: è stato difficile associare l’autrice di tale analisi alla persona che il sabato sera si diverte con il mimotto mentre tutti gli altri si scannano a taboo.
Mia cognata è così.
E’ quella che scrive epistemologico con la stessa nonchalance con cui le persone normali pronunciano la parola mamma.
E’ quella che pubblica articoli sugli scrittori austriaci del 1700 e intrattiene gli amici con un involontario cabaret.
E’ quella che scrive “compagna delle mie migliori risate” come dedica di un atroce racconto.
Mia cognata è così: ossimorica, colta, severa e comica.
Ed io sono contenta che mio fratello se la sia sposata.

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NON MI LAMENTO MAI

….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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