Firenze non perdona

27 Maggio 1993.
Notte in centro a Firenze.
Salta la luce e, a chi si domanda cosa sia successo, risponde immediatamente un boato.
Avevo 17 anni e nessuna consapevolezza sociale né politica. Vivevo con leggerezza la mia adolescenza malinconica e un po’ tormentata proiettata nel passato da una passione sfrenata per la letteratura classica.
Di quella notte non ricordo niente. Dormivo il sonno profondo della giovinezza nella mia bella casa ai margini del centro. Ma ricordo le immagini del giorno dopo. Una persona in fiamme affacciata alla finestra, vite distrutte, cultura distrutta.
E ora l’artefice di quello scempio alle persone e alla cultura che è anche sua chiede perdono alle vittime che nessuno riporta indietro, ai loro parenti che da allora, ogni giorno, affrontano con coraggio una esistenza smembrata.
Mi sento profondamente irritata, offesa, sconcertata dalla presunzione di questa persona.
Ma non stupita.
No, quello no.
Perché nella nostra società teoricamente laica ma servilmente cattolica il meccanismo del perdono ci fa vivere con più leggerezza ogni violenza quotidiana, dall’offesa a chi ci taglia la strada, al delitto più efferato. Ci fa percorrere una esistenza ebete nella incoscienza completa delle nostre azioni pensando erroneamente che per ogni danno ci sia un rimedio, che per ogni errore una scusa, per ogni delitto un perdono. E così, ammettendo che sia sincera, la richiesta di perdono dovrebbe scaricare la coscienza (e forse anche un po’ la pena) dal peso del crimine, come se chi ha commesso in passato il delitto prenda le distanze dalla persona che era e si rinnovi nel perdono degli altri.
Eh no.
Firenze non pedona.

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