Personaggi – A. Albanese

Calano le luci e si apre il sipario. Solo in parte però. Da quella fessura lo vediamo passeggiare, un po’ avanti e un po’ indietro. Qualcuno inizia a sghignazzare ed ecco che si affaccia ed incita a suo modo il pubblico. Il teatro scoppia in una risata ed inizia lo spettacolo. Il sipario si apre completamente ed ecco la carrellata dei personaggi: dal gestore delle risorse integrate al ministro della paura. Da Alex drastico al professore delle medie, passando dall’immancabile Cetto La Qualunque per terminare con il poetico Epifanio.

Non c’è nord e non c’è sud. Non c’è povero e non c’è ricco. Tutti vengono presi di mira compreso noi stessi che in ognuno dei personaggi vediamo qualcosa di noi. Le paure, le frustrazioni, i pregiudizi le speranze di ciascuno sono racchiuse nelle sfaccettature di ognuna delle figure che Albanese porta in teatro.

E il miracolo avviene. Invece che arrabbiarsi per un politico come Cetto, indignarsi per il declino della istruzione, piangere perché il mondo non è come quello che Epifanio sogna scoppiamo a ridere.

Perché la risata racchiude tutte le sensazioni brutte e belle e va oltre. Con la risata ci buttiamo alle spalle quello che c’è di oscuro in ciascuno dei personaggi e quindi anche nel nostro mondo e guardiamo avanti rinnovati e speranzosi pieni di buone intenzioni, determinati a non farci contaminare dalle volgarità del nostro tempo.

La risata è catartica.

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Soddisfazioni

Qualche tempo fa mandai una mail a mio padre dal mio indirizzo privato che contiene il nome Medea.

Ecco la sua risposta:

“Cara A. Come mai utilizzi un nome tanto scellerato per navigare in rete? Sei sicura di voler essere identificata con questo personaggio criminale? Non temi di spaventare tuo marito?”

Ed ecco la mia:

“Hai letto la Medea di Christa Wolf? E’ a quel personaggio che mi riferisco. Inoltre credo che l’amore di mio marito vada ben oltre un nick usato in rete.”

A questa mia ultima mail non ci fu risposta.

Qualche tempo dopo ero dai miei genitori, sono andata al pc di mio padre e sul desktop c’era un file word intitolato: “Christa Wolf”.

Son soddisfazioni.

La pelle che abito – Almodovar

La trama è complessa da raccontare e credo che raccontarla depauperebbe il film della sua straordinaria bellezza.

Perché questa volta Almodovar ha raggiunto il massimo.

Con la perfezione estetica e la delicatezza della forma racconta un contenuto scabroso senza mai scendere nel facile abisso della volgarità o del disturbo visivo.

Sempre in bilico tra il grottesco e la tragedia lascia lo spettatore perplesso, sprofondato nella incapacità di scegliere se sorridere o scandalizzarsi.

Nessuna scelta sul finale, nessuna domanda su come proseguirà la storia, ma molte sull’essenza della storia stessa.

Almodovar ci mette di fronte ad un dato di fatto con straordinaria imparzialità astenendosi da qualunque giudizio e lasciando allo spettatore il dibattito interiore sul bene e sul male.

Imppossibile scegliere bianco o nero in una storia dove ci sono solo le sfumature di grigio.

Difficle immaginare che Almodovar possa superarsi nel suo prossimo film.

Perché Medea


Medea, figlia di Eete, vive nella Colchide. Quando la spedizione degli Argonauti giunge in questa terra lei si innamora di Giasone e, dopo aver ucciso il fratello, lascia le sue origini per seguirlo a Corinto.

Qui, il re Creonte, vuole dare la propria figlia in sposa a Giasone che, vedendo palesarsi la prospettiva di succedere al trono, accetta. Medea, furiosa per questo tradimento, si vendica uccidendo prima la futura sposa e poi i suoi due figli per impedire a Giasone di avere una successione.

Questa è la Medea che molti di noi conoscono.

Ma esiste un’altra Medea la cui figura si perde nelle leggende pre Euripidee e che Christa Wolf, scrittrice tedesca prestata al mito, riprende e rielabora.

Medea appartiene ad una società matriarcale, è maga e guaritrice e quindi strettamente legata alla vita e alla sua generazione, contrariamente alla cultura maschile generatrice di morte. Ella è una donna forte e libera depositaria di una cultura ancestrale che parla direttamente con l’essenza della Natura.

Innamoratasi di Giasone lo segue a Corinto, ma qui, il suo sguardo puro e senza filtri scopre il terribile segreto su cui si basa il potere della città. Ed è per questo che paga con l’esilio e con la morte dei propri figli, non per mano sua, la sua irrinunciabile ricerca di verità, la sua impossibilità di accettare l’omertà di una intera popolazione che ha rimosso un crimine così orribile.

E’ quest’ultima la Medea a cui voglio tendere.
Voglio essere solida, trasparente immune ai preconcetti e alle falsificazioni.

Voglio essere fiera, determinata, regina e leonessa.

In una parola, voglio essere libera.

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NON MI LAMENTO MAI

….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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