I padri di Raul – M. Piermattei

Danilo, Maurizio e Glenda.

Tre bambini, tre ragazzi, tre adulti, legati fin dall’infanzia da un rapporto di amore reciproco.

Un amore non classificabile in nessuno schema, un amore che va al di là di qualsiasi definizione sociale.

Un amore totalizzante che rende i protagonisti un essere unico, l’uno imprescindibile dall’altro.

Questo romanzo appare a tutti gli effetti un romanzo di formazione dove probabilmente l’autore si identifica in Maurizio bambino.

Ma crescendo crescono inevitabilmente anche le sfaccettature della personalità ed ecco che i tre protagonisti sono espressioni di una stessa voce, un coro unisono di una sola persona.

Probabilmente i tre personaggi principali rappresentano le potenzialità dell’autore, quello che sarebbe potuto o voluto diventare

Una sceltà si renderà necessaria, ma il finale resta comunque aperto perché l’essenza umana non è nell’essere ma nel divenire.

Il romanzo ha il pregio di essere scorrevole e, pur partendo in sordina, cresce sulla lunga distanza quando i protagonisti crescono e con loro anche la complessità delle loro personalità.

Ammirevole il registro linguistico diverso e adeguato a ciascuno dei tre protagonisti.

Se questo è un esordio… aspetterò con ansia il secondo libro.

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….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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