Viaggi

Per la prima volta in vacanza insieme da adulti, abbiamo percorso fianco a fianco le strade di una città straniera.
Molto spesso in silenzio, perché le ferite, se pure diverse, ci accomunano più di qualsiasi parola.
Orfani entrambi di genitori vivi.

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Senza titolo

Non ricordo il giorno in cui è successo.

Forse è stato quando ho capito di non stimarti.

Quando, di conseguenza, ho deciso di sostituire alle discussioni la menzogna.

DI assentire a parole e di smentire nei fatti.

O forse quando ho smesso di temerti.

Quando il tuo umore non incideva più sul mio e anche sotto il temporale il mio sole splendeva esuberante e sfrontato.

Quando ho sentito di non doverti niente.

E ho capito che tutto quello che mi avevi dato era dovuto perché si trattava solo di sostentamento materiale.

Oppure quando hai perso la capacità di ferirrmi.

Quando la mia autostima ha smesso di pendere dalle tue labbra e si è affrancata da ogni tuo giudizio.

Quando, per una mia scelta da te osteggiata ti ho vomitato addosso tutto quello che non avevo mai osato in 30 anni.

E hai taciuto.

In quel momento io ti ho sepolto.

P.

Parafrasando Uhlman: “Entrò nella mia vita per non uscirne più quando avevo 16 anni. Da allora è passato un quinto di secolo.”
In principio era solo un nome che aleggiava per casa, pronunciato da mio fratello con circospezione nella cucina buia, la TV accesa su MTV e per merenda una brioche al cioccolato. Ma il rispetto e l’ammirazione con cui L. parlava di P. mi fecero capire subito che si trattava di un essere speciale.
In 20 anni un nome è diventato una persona, una conoscente, una confidente, l’unica forse in grado di raccogliere oscuri segreti e pesanti verità. Senza mai ergersi a giudice, guidandomi con lucidità ed empatia nei momenti di smarrimento, ha assistito da lontano e con discrezione alla mia maturazione. E probabilmente non se ne è nemmeno resa conto. Ho goduto dei frutti di un percorso doloroso senza doverne patire le sofferenze e camminando sono arrivata precocemente là dove i più non arriveranno mai.
Ha concimato e annaffiato il seme che ero, immerso fino ad allora in un terreno arido e impervio dando origine ad una pianta piena di fiori profumati, frutti succosi e anche qualche spina.
Il terreno arido mi ha temprato, le cure di P. mi hanno fatto germogliare.
Perché se per contrapposizione ho scelto di NON essere, grazie alla sua maieutica, ho capito chi ero e chi sarei stata.

Riflessioni post P.

Da una società che ci schiacciava, da una famiglia che ci abusava che ci sfruttava che ci vendeva con la dote ad un marito che fosse in grado di mantenerci siamo passate alle quote rosa del mondo attuale.
Per quanto apparentemente lontani i due sistemi hanno un aspetto fondamentale in comune. Sono costruiti su un modello maschile.
E la nostra emancipazione (se così si può chiamare) è solo una falsa illusione perché è avvenuta tramite strutture prettamente maschili che ci hanno avvicinato all’uomo e allontanate dal nostro sentire ancestrale.
Se usciamo dagli stereotipi di madri lavoratrici e compagne indipendenti, cosa siamo noi?
Nelle società matriarcali eravamo maghe, guaritrici, depositarie di un sapere arcaico ed essenziale, conoscitrici dei segreti della natura. E se qualcuna cerca di ricongiungersi ad un sentire naturale ecco che spaventa, terrorizza destabilizza.
E ora cosa siamo?
In bilico tra un mondo di fatto misogino e lontane anni luce dalla madre terra.
Cosa siamo?
Niente.

50 Sfumature di noia

Anastasia (chiamata da tutti profeticamente Ana) è carina e intelligente ma goffa e imbranata.
Grey (grigio come il suo animo e come i suoi abiti) è bello e intelligente, ricco sfondato, super dotato, suona il pianoforte (rigorosamente a coda) guida di tutto ed ha la resistenza di un mandrillo (che palle)
Nella vita reale non si incontrerebbero mai.
In un racconto animato da un po’ di fantasia forse sarebbe lei a dominare lui, ad usarlo e sfruttarlo fino a distruggerne l’ego già traballante e dilapidarne il patrimonio.
E invece no!
Si incontrano, lei si innamora, lui le propone un contratto di sottomissione e fanno sesso per tutta la durata (eccessiva) del libro. Un milione di pagine (tante mi sono sembrate, in ogni caso troppe) in cui gli occhi penetranti di lui, le codine da verginella di lei e le sculacciate la fanno da padrone.
Non so cosa mi abbia infastidito di più.
La sottomissione per contratto risolve in modo facile il rapporto schiavo/padrone che, secondo un intenso percorso psicologico, avviene per scelta del primo (vedi “histoire d’o”) o per capacità di persuasione del secondo. Il contratto risulta essere una facile soluzione per giustificare la descrizione di scene soft porno fini a se stesse perché non supportate da una adeguata tensione erotica di cui il rapporto rappresenterebbe solo l’apice. La contestualizzazione poi è inesistente. Il mondo del lusso estremo serve per abbagliare il lettore con immagini sfavillanti, colmare il grande vuoto che circonda i due personaggi principali e celare la pochezza della loro relazione fatta di mail sintetiche ed emoticon, viaggi nel jet privato e cene a lume di candela .
Non so se è masochismo, ho iniziato anche il secondo della trilogia. Ma al terzo “ti amo” in 5 pagine mi sono arresa.
L’amore no.
Quello proprio non lo tollero.
Se questa trilogia ha la pretesa di rappresentare il mondo erotico femminile mi sento offesa, perché il mio immaginario va ben oltre.
Se invece ha voluto essere solo un esperimento di marketing allora tanto di cappello per il successo editoriale.
Al giorno d’oggi si può vendere di tutto se ben supportato da una adeguata strategia pubblicitaria.

Come fai?

Mi domando come fai.
Come fai a far volare le serate così, in un soffio.
Come fai ad essere sempre positiva e fiduciosa.
Sempre allegra e ottimista.
Come fai ad ascoltare con il cuore anche se il tuo è gravato da un macigno.
Come fai a trovare sempre le parole giuste da dire.
A dire una frase risolutiva ed illuminante.
Come fai a strappare i miei segreti oscuri.
Come fai a capire a quasi 2000 km di distanza che c’è qualcosa di strano.
Una intonazione diversa?
Una leggera incrinazione nella voce?
Una parola che non uso mai e che mi è scappata per dissimulare disagio?
Un tono eccessivamente acuto che non mi appartiene?
Come hai fatto a capire che la tigre era tornata?
Che il fuoco si era riacceso?
Che la fame non era stata saziata?
Come fai a guardarmi negli occhi e capire tutto?
E soprattutto, come faccio a saperti così lontana?
Innamorata di una città in cui non potrei mai vivere.
Innamorata di un uomo che ti porterà lontano.

Madre matrigna

Ma crescerete mai?
Ecco la tua risposta ai racconti di un sabato sera passato in allegria.

Hai rimorsi mamma?
Per tutta quella gioia soffocata.
Per il desiderio represso di ballare.
Per la tua bellezza ormai sfiorita e mai sfruttata.
Per quei figli che hanno sostituito le bambole.
Per aver sempre piegato la testa.
Per non aver mai detto IO VOGLIO.
Per non aver saputo afferrare la vita.

Sei gelosa mamma?
Degli uomini che ho avuto il coraggio di prendermi.
Dell’essere riuscita a dire “IO NO”.
Della mia strada così lontana dalla vostra.
Dei rimpianti che non avrò.
Di questo mio incedere a testa alta.
Di tutta questa vita che mi brucia dentro.

Mi riconosci mamma?
Sono sangue del tuo sangue e sono tutto quello che tu non hai mai avuto il coraggio di essere.

Voci precedenti più vecchie

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NON MI LAMENTO MAI

….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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