Erin

Non è stato un giorno di pioggia che ci ha fatto incontrare.

C’era il sole.

Il cielo immenso.

Le nuvole veloci.

Dall’autobus che mi portava lontana dall’aeroporto ammiravo le porte colorate delle case, i ragazzi dai capelli rossi e i colori di una festa, forse per la squadra locale di quello strano sport che praticano lì.

Grazie a te mi sono disintossicata dal veleno dello stress, ho rafforzato una amicizia, ho conosciuto l’uomo più giovane e quello più vecchio che abbia mai avuto. Un amore tanto focoso quanto effimero quest’ultimo.

Grazie a te ho assaporato per un attimo la prospettiva di un futuro straniero.

Ho viaggiato su un autobus in silenziosa compagnia, perse come eravamo nei tuoi pascoli, nei tuoi cieli nella tua magia. A voler riempire gli occhi mai saturi di tutta quella tua disarmante bellezza.

Ho conosciuto amici inseparabili di una fugace esistenza, volati via come è naturale una volta tornati alle proprie vite.

Sulle tue alte scogliere ho scoperto l’attrazione per il vuoto, la vertigine che dà la certezza di saper volare se solo si vuole.

Sulle tue isole sperdute ho sognato sospesa tra prati e oceano.

Come una chiocciola, in te ho trovato una casa che mi porto sempre dietro.

Ora per favore lucida i pavimenti, sbatti i tappeti, apri le finestre e inondati di luce perché è giunto il momento di affrontare  un compito difficile.

Rapisci anche lui così come a suo tempo hai fatto con me.

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Stelle danzanti

Se ne va.

O forse no.

Anzi sì e viene quello misogino.

Anzi no, non viene.

O forse sì.

Magari non se ne va .

E se se ne va non si sa chi viene.

E noi siamo come alghe che si muovono con la corrente.

Un pò rasserenati dalle smentite, un pò terrorizzati dall’aria di rivoluzione.

Di certo in sospeso, in attesa che ci venga illuminato il nostro futuro attendiamo solo una decisione definitiva.

Chi perpetrando la propria devozione ché è sempre bene farsi vedere.

Chi sognando momenti di gloria dopo giorni di lavoro intenso.

Chi tramando tele per tornare al proprio paesello.

E poi ci sono io.

Mi si legge negli occhi l’irriverenza di chi, se pur apprezzando il lavoro e mettendoci l’anima, è consapevole che oltre quel cancello ci siano cose assai più importanti di tutto quello che è invece al di qua.

Ed è questa sfrontatezza che non va giù.

Troppo libera per essere devota. Per niente fannullona per essere cacciata.

In questo caos riesco comunque a godermi la primavera che annuncia il suo imminente arrivo.

Perché una certezza ce l’ho.

Non mi avranno.

Lucio Dalla

I pomeriggi più dolci della mia infanzia, quelli che provocano in me i ricordi più struggenti hanno avuto come colonna sonora 3 LP, uno di Toquinho, uno di Bellafonte ed il terzo, quello di Lucio Dalla.
La mia mamma stirava e noi ascoltavamo la musica. Lei, con il ferro in mano, muoveva piccoli passi in un gesto timido che mascherava una gioia di vivere soffocata e poi spentasi negli anni. Ed io la imitavo, scalmanata e scoordinata, saltando sui letti dei miei fratelli.
E mi ricordo 4 Marzo 1943 dove parlava di questo Gesù bambino che era cresciuto ed era diventato uomo. Ed io adoravo questa sua immagine di persona godereccia così distante da quella che mi insegnavano a catechismo.
E poi c’era piazza grande. Ed io immaginavo una piazza tonda con gli alberi e le panchine. Ed invidiavo la sua libertà, la coperta di stella, la sua famiglia allargata e quel gesto così generoso di dare i propri sogni a chi non li aveva.
Ero molto piccola ma conoscevo tutte le canzoni a memoria. Tutte eccetto una.
Quella che mia mamma non mi faceva ascoltare, quella che, appena iniziava, si affrettava a spostare la puntina del giradischi alla traccia successiva. Ed io non capivo proprio il motivo di questa censura.
Da grande poi ho ascoltato “Disperato Erotico Stomp” ed ho capito.
Ho capito che mia mamma non voleva domande e ho capito anche la poesia di tutte quelle canzoni che io avevo percepito come favole.

I padri di Raul – M. Piermattei

Danilo, Maurizio e Glenda.

Tre bambini, tre ragazzi, tre adulti, legati fin dall’infanzia da un rapporto di amore reciproco.

Un amore non classificabile in nessuno schema, un amore che va al di là di qualsiasi definizione sociale.

Un amore totalizzante che rende i protagonisti un essere unico, l’uno imprescindibile dall’altro.

Questo romanzo appare a tutti gli effetti un romanzo di formazione dove probabilmente l’autore si identifica in Maurizio bambino.

Ma crescendo crescono inevitabilmente anche le sfaccettature della personalità ed ecco che i tre protagonisti sono espressioni di una stessa voce, un coro unisono di una sola persona.

Probabilmente i tre personaggi principali rappresentano le potenzialità dell’autore, quello che sarebbe potuto o voluto diventare

Una sceltà si renderà necessaria, ma il finale resta comunque aperto perché l’essenza umana non è nell’essere ma nel divenire.

Il romanzo ha il pregio di essere scorrevole e, pur partendo in sordina, cresce sulla lunga distanza quando i protagonisti crescono e con loro anche la complessità delle loro personalità.

Ammirevole il registro linguistico diverso e adeguato a ciascuno dei tre protagonisti.

Se questo è un esordio… aspetterò con ansia il secondo libro.

Neve

Uno sguardo alla finestra e uno al computer.
Uno sguardo sui disegni e uno alla finestra.
Uno alla finestra e uno ai calcoli.

E così, in trepidante attesa, aspetto con ansia il suo arrivo.
L’ho sempre adorata e aspettata e desiderata. Da sempre, da quando ero bambina.
Forse perché mi riporta alle mie adorate montagne. Che poi sono mie solo per adozione.
Da quando però ha benedetto il matrimonio abbiamo un rapporto speciale e da allora ogni anno la aspetterò per riportarmi un pò della magia di quel giorno.

Cadrà soffice a rendere bello anche ciò che è brutto e silenzioso tutto ciò che è rumoroso.
Ed io sarò lì ad aspettarla.
Fuori rigorosamente a farmi imbiancare i riccioli scuri.
Perché non si può stare in casa a guardare nevicare.

Dal pugilato al pilates passando per il tennis.

Ebben sì ho ceduto.
Ho fatto un abbonamento annuale in palestra. In una nuova palestra che hanno aperto a due passi da casa e a tre passi dal lavoro.
Una palestra molto trendy, con piscina, termario, idromassaggio sauna e anche centro estetico da cui dovrò tassativamente passare prima di presentarmi in costume.
Quando ho firmato il contratto ho avuto un mezzo svenimento.
Mi mancava l’aria.
Io che non ho mai fatto un abbonamento più lungo di 3 mesi, che ho frequentato solo palestre malfamate per la thai boxe e il pugilato, che ho giocato a tennis nel circolo del dopo lavoro, insomma IO HO FIRMATO UN CONTRATTO CON UNA PALESTRA TRENDY PER UN ANNO!
Strano che non sia nevicato d’agosto.

Ieri primo giorno di apertura.

Come sempre arrivo trafelata con una busta di stoffa del supermercato con dentro nell’ordine:

fuseaux accettabili
maglietta del lavoro con sulla schiena scritto il risultato delle consegne dell’anno scorso
felpa oversize di una vecchia tuta da ginnastica
scarpe da ginnastica distrutte ma pulite perché sono quelle che mensilmente si fanno un giro in lavatrice
Una tragedia insomma.

Arrivo agli spogliatoi annotando mentalmente di portarmi il navigatore satellitare e mi sento morire.

Tutte, dico tutte hanno la borsa della palestra il completino in tinta con i lacci delle scarpe, stesso tono del fermacapelli e dell’asciugamano.

Mi cambio alla velocità della luce e mi precipito nella sala del pilates sentendo sempre più la necessità di un navigatore.
Mi guardo intorno e mi sento riavere. Ragazze normali e uomini per niente in forma attendono l’arrivo dell’istruttore.
Ed eccolo che si presenta.
Un mix perfetto di muscoli e tatuaggi.
Ci chiede gentilmente di toglierci le scarpe.
Ed io gongolo!
Ho i calzini nuovi senza nemmeno un buchino!
Questo è il corso che fa per me!

Perché Medea


Medea, figlia di Eete, vive nella Colchide. Quando la spedizione degli Argonauti giunge in questa terra lei si innamora di Giasone e, dopo aver ucciso il fratello, lascia le sue origini per seguirlo a Corinto.

Qui, il re Creonte, vuole dare la propria figlia in sposa a Giasone che, vedendo palesarsi la prospettiva di succedere al trono, accetta. Medea, furiosa per questo tradimento, si vendica uccidendo prima la futura sposa e poi i suoi due figli per impedire a Giasone di avere una successione.

Questa è la Medea che molti di noi conoscono.

Ma esiste un’altra Medea la cui figura si perde nelle leggende pre Euripidee e che Christa Wolf, scrittrice tedesca prestata al mito, riprende e rielabora.

Medea appartiene ad una società matriarcale, è maga e guaritrice e quindi strettamente legata alla vita e alla sua generazione, contrariamente alla cultura maschile generatrice di morte. Ella è una donna forte e libera depositaria di una cultura ancestrale che parla direttamente con l’essenza della Natura.

Innamoratasi di Giasone lo segue a Corinto, ma qui, il suo sguardo puro e senza filtri scopre il terribile segreto su cui si basa il potere della città. Ed è per questo che paga con l’esilio e con la morte dei propri figli, non per mano sua, la sua irrinunciabile ricerca di verità, la sua impossibilità di accettare l’omertà di una intera popolazione che ha rimosso un crimine così orribile.

E’ quest’ultima la Medea a cui voglio tendere.
Voglio essere solida, trasparente immune ai preconcetti e alle falsificazioni.

Voglio essere fiera, determinata, regina e leonessa.

In una parola, voglio essere libera.

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….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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