Il pirata e l’angioletto

In fondo alla spiaggia di Stegna, subito prima del molo c’è una taverna.
Un albero generoso dispensa la sua ombra sulla terrazza.
Seduto sotto le fronde c’è un uomo scalzo e con la barba lunga.
Con il suo pappagallo parla una lingua antica, dal suono dolce.
Di giorno pulisce le verdure.
Di notte pesca.
In un tempo sospeso solca i 7 mari con la sua nave fantasma.
Seduto ad un tavolino c’è un bambino dai riccioli biondi e la pelle abbronzata.
Il suo aperitivo è un succo di mela che beve a tratti tra una corsa e l’altra.
I suoi occhi blu devono vedere e le sue manine devono toccare.
Il mare, le barche, il gatto, l’albero, il pappagallo, i rami, le sedie, le foglie, i vasi, i fiori, il bicchiere, la cannuccia e poi si ricomincia.
Gli occhi neri incontrano quelli blu.
E si sorridono.
La barba scura oscilla al vento allo stesso ritmo dei riccioli biondi.
E i due si intendono.
Gli occhi neri si addolciscono e mostrano ai riccioli biondi il pappagallo addomesticato.
Perché uccellino?
Perché colorato?
Perché in gabbia?
Perché non vola via?
Perché, perché, perché…
Il pirata e l’angioletto si salutano.
La notte, nel mare piatto, il pirata sorride pensando all’angioletto.
Nel suo letto, l’angioletto, sogna di solcare mari in tempesta con il pirata.

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Nostalgia canaglia

Riguardo le foto di un anno fa o due e non ti riconosco più.

Sei stato un neonato arrabbiato e poi un bambolotto gioioso.

E, nonostante siano passati solo due anni, non sei più tu in quelle fotografie.

Hai ancora gli occhi blu spalancati sul mondo, quando piangi hai esattamente la stessa espressione, la stessa forza quando ti arrabbi, ma nel frattempo hai imparato a mangiare da solo, a parlare, a camminare, a correre, a simulare, a creare, a inventare, a relazionarti con gli altri bambini, a baciare, a conoscere, a lusingare, a divertire.

Sento il bisogno di afferrare questo tempo bastardo e magnifico e l’unica cosa che posso fare è scrivere per trattenere le emozioni perché neanche quelle riconosco più.

Razionalmente ricordo la stanchezza e la frustrazione delle notti insonni, il desiderio di solitudine, la necessità di allontanarmi, ma quello che è rimasto in pancia è solo un infinito senso di dolcezza e di appartenenza reciproca.

Mi perdo nella tua perfezione e allo stesso tempo mi angoscio al pensiero che ti possa succedere qualcosa, nella consapevolezza che non è umanamente possibile preservarti da tutto.

Tutto questo mi provoca una nostalgia che non ha soluzione perché un altro figlio non sarebbe te, riporterebbe stanchezza e frustrazioni e poi, di nuovo, nostalgia, in un circolo senza soluzione.

Non resta che conservare le emozioni, magari scrivendo ogni virgola di te, ogni sfumatura che nella foga quotidiana non ha importanza, ma che poi, quando inizia a sfuggire diventa fondamentale ricordare e immortalare.

Infine non resta che prendere atto che più il tempo passa, più del mondo e un po’ meno mio diventi.

Due anni

Da pochi giorni hai fatto due anni e il senso di responsabilità dell’essere genitore si fa sempre più forte.

Come funambuli in bilico tra educazione ed amore ci barcameniamo tra regole e trasgressioni nel costante dilemma se un tuo pianto è un capriccio o l’espressione di una necessità, se rispondere con un rimprovero o un abbraccio.

Ogni giorno ti guidiamo verso l’indipendenza, lasciandoti libero di sperimentare ma sempre pronti a raccoglierti in caso di reale pericolo.

Ogni pasto è una lotta per il rispetto delle regole sociali per poi sbracare quando siamo tutti troppo stanchi o troppo allegri per le rigide convenzioni.

E in questa altalena tra bon ton e un po’ (poca) di sana inciviltà quello che cerchiamo di darti sempre e comunque è tutto l’amore di cui siamo capaci.

Ché poi l’obiettivo è quello: tirare fuori da quel bambolotto paffuto che sei, un uomo sereno ed equilibrato.

Senza bisogno di troppe parole, questo sarebbe il riscontro perfetto dell’arte maieutica che è, in fondo, l’essere genitori.

Non ho parole…

Leggo questo articolo:

http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/13/foto/ecco_cosa_succede_a_una_dottoressa_incinta_e_con_figlia_al_seguito_al_lavoro_la_foto_spopola-147674566/1/?ref=HRESS-21#1

 

Forse una baby sitter se la può anche permettere.

Ma capisco che faccia più figo postare la foto sui social.

Forse qualche rimorso di coscienza per non passare abbastanza tempo con la bambina?

 

Estate

E’ tutta tua questa estate.

Che ti vede correre all’improvviso, parlare abbastanza per farti capire.

E due mesi fa gattonavi e basta e dicevi solo un mamma stentato.

E’ tutta tua questa estate.

Con il tuo primo viaggio on the road, la scoperta della sabbia, del mare e del sole che finalmente sfidi negli occhi.

E’ tutta nostra questa estate.

Perché la scorsa è stata confusa, faticosa, calda, soffocante e tu eri ancora un estraneo con cui iniziavo ad interagire.

E questa invece…

Quel blob confuso che eravamo sta acquisendo una forma.

Tu stai diventando una persona, con i tuoi momenti di dolcezza, di altruismo e di rabbia.

E mi piace quello che vedo.

Mi piace questa nuova squadra che è il nostro trio.

Danze

E’ sera già da un po’, ma la notte è ancora lontana.
Schiena su pancia giacete sul divano abbandonati ai vostri sogni, ad ogni respiro della pancia ondeggia una piccola schiena che a sua volta si gonfia per ogni sospiro. E un ciuccio oscilla dentro le labbra voraci di chi ha ancora da assaggiare un mondo, una vita intera.
Come una danza di un ballo asincrono, giocattoli esausti ed io assistiamo al vostro spettacolo che si ripete, uguale e magnifico, ogni sera.

Un post pieno di ovvietà

Oggi ho visto un lenzuolo che copriva un cadavere.

Stavo andando a lavorare a piedi camminando per una zona poco trafficata.

Una strada chiusa e lampeggianti blu in lontananza.

Penso a un tubo rotto, a dei lavori urgenti e mi avvio distratta nel silenzio della prima mattina.

La scena che mi si palesa davanti mi strappa con violenza dai miei pensieri semplici.

Ho girato lo sguardo per discrezione, ma non abbastanza in fretta perché le immagini non mi siano rimaste impresse per tutta la giornata.

Rottami.

Quello che resta di una moto.

Una macchina parzialmente distrutta.

E lui, lì sotto.

Ho deciso di fare un’altra strada, ma ormai i pensieri non erano quelli soavi con cui avevo passeggiato fino a quel momento.

Ogni volta che pestiamo sull’acceleratore, ogni volta che ci sembra importante rispondere ad un messaggio, ogni volta che ci va di fare due chiacchiere al telefono o che ci immergiamo nei nostri pensieri, non pensiamo a noi.

Buttiamo il cuore e la mente a chi ci aspetta a casa e a tutte le potenziali attese che ci circondano mentre viaggiamo.

E invece che accanirci, molliamo.

Voci precedenti più vecchie

aboutgarden

event, garden, craft and pleasure

NON MI LAMENTO MAI

….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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